Il territorio e la configurazione dei legami produttivi

Pubblichiamo un interessante articolo scientifico dal sito della società italiana di statistica. Nell’ottica dello sviluppo sostenibile e della responsabilità sociale d’impresa, lo colleghiamo  al nostro recente post sul tema della stakeholder  theory e la visione dell’impresa, in particolare nei rapporti tra imprese e territorio.

sistemi locali del lavoro [1] sono partizioni territoriali relativamente chiuse rispetto alla mobilità esterna del fattore lavoro (questa è una caratteristica costitutiva inerente la loro stessa definizione), ma potenzialmente aperte rispetto ai legami tra imprese e tra strutture produttive. È noto che il modello italiano, specialmente nel suo elemento “distrettuale”, è incentrato sulla piccola e piccolissima dimensione d’impresa, soprattutto in ambito manifatturiero: questa caratteristica è universalmente considerata un elemento di vulnerabilità del nostro sistema economico.

È altrettanto noto che, all’apparenza, le imprese italiane non perseguono diffusamente – per ridurre questa vulnerabilità – strategie volta a compensare gli svantaggi della piccola dimensione attraverso relazioni formalizzate. I gruppi d’imprese coinvolgono circa il 3 per cento delle unità attive, anche se il loro peso in termini di addetti e di fatturato è molto più elevato, a testimonianza del fatto che il fenomeno interessa soprattutto le imprese di dimensioni maggiori. Le relazioni che s’instaurano sulla base di rapporti di commessa e subfornitura, o di altre forme di collaborazione formalizzata (accordi di collaborazione per la produzione, di mercato o per l’innovazione tecnologica e organizzativa) sono relativamente più diffuse, ma non in misura sufficiente a controbilanciare, attraverso una strategia di organizzazione flessibile, gli svantaggi di un ridotto peso aziendale. Secondo molti studi, a scala locale s’intessono di frequente altri tipi di collaborazione tra imprese, di carattere informale, ma proprio la loro natura non consente di darne un’adeguata rappresentazione statistica.

Il tema del controllo delle unità produttive presenti all’interno di un sistema locale è un aspetto collegato: a differenza del fattore lavoro, per definizione endogeno, le unità di produzione possono essere espressione delle imprese della stessa area, oppure essere controllate da imprese che hanno sede in altri territori. Questa analisi presenta più di un motivo d’interesse: in primo luogo, essa permette di cercare conferme all’ipotesi secondo la quale lo sviluppo italiano, almeno dagli anni Settanta, avviene per “contagio” e diffusione da poli; [2] in secondo, consente di comprendere se, nella competizione tra territori, hanno maggiore successo i sistemi locali in cui è più vivace l’imprenditorialità endogena, oppure quelli interessati dalla localizzazione di unità locali di imprese esterne all’area (con importanti implicazioni in termini di politiche di sviluppo) [3] in terzo, offre la possibilità di analizzare le reti disegnate sul territorio da queste relazioni tra imprese e localizzazioni produttive.

Le informazioni raccolte dall’Istat sulle imprese [4] e le unità locali [5] consentono di condurre questa analisi con riferimento all’anno 2006 e alla geografia dei 686 sistemi locali del lavoro.

Nel 2006 le imprese plurilocalizzate [6] erano 263.930 (il 6,0 per cento delle imprese rilevate nell’archivio statistico delle imprese attive), organizzate in 678.995 unità locali. Si tratta in genere delle imprese di maggiori dimensioni e relativamente più strutturate, soprattutto nei settori manifatturieri. Le unità locali che fanno riferimento a imprese plurilocalizzate sono il 14,1 per cento del totale e vi opera il 37,7 per cento degli addetti.

A livello territoriale, un primo indicatore – il rapporto tra gli addetti alle imprese localizzate all’interno di un sistema locale e gli addetti alle unità locali del medesimo sistema – misura la presenza di unità produttive governate da un centro decisionale esterno. Valori dell’indicatore inferiori all’unità individuano i sistemi locali in cui una parte degli addetti opera all’interno di unità locali dipendenti da imprese esterne all’area, mentre valori superiori all’unità definiscono sistemi locali le cui imprese hanno addetti operanti in unità localizzate in altri sistemi. Il rapporto varia tra un massimo di 1,419 e un minimo di 0,661.

La distribuzione è simmetrica, ma con un’elevata concentrazione in prossimità della media, dove si addensano le imprese unilocalizzate. Prendendo in considerazione il 25 per cento dei sistemi locali all’uno e all’altro estremo della distribuzione, connotati come i centri decisionali e i sistemi a presenza esogena, i primi si concentrano soprattutto nel Nord-est, che conferma il suo ruolo fondamentale nell’orientare le scelte produttive dell’economia italiana. Sul versante opposto, i sistemi a presenza esogena sono relativamente più rappresentati nel Nord-ovest e nel Centro. I sistemi locali a bassa interdipendenza, meno toccati dai rapporti di interscambio tra headquarters d’impresa e stabilimenti di produzione, sono relativamente più diffusi nel Mezzogiorno.

Restringendo l’esame alle sole imprese plurilocalizzate, è possibile utilizzare gli strumenti della network analysis per descrivere la rete, l’intensità e le caratteristiche delle interrelazioni tra la sede dell’impresa e le sue unità locali. In ogni impresa plurilocalizzata, infatti, sussistono legami operativi tra la sede principale (che accentra le funzioni direzionali) e le altre unità locali (che ne sono governate): sono legami orientati dal verso delle relazioni di comando, che hanno un evidente aspetto geografico riferito alla diversa localizzazione sul territorio della sede d’impresa e delle sue unità locali e la cui intensità può essere convenientemente misurata dal numero di addetti di ogni unità locale governati dall’impresa-madre. I legami emergenti testimoniano l’esistenza di una relazione produttiva tra due territori. Nel complesso, la rete che si viene a creare tra i territori di localizzazione delle imprese-madri e quelli in cui sono ubicate le loro unità locali è piuttosto densa: [7] attiva il 5,8 per cento dei legami possibili (che sono tutti quelli che collegano due sistemi locali, cioè quasi 240 mila).

Allo scopo di apprezzare il numero di legami “attivi” che ciascun sistema locale stabilisce con altri (tramite le sue imprese-madri che controllano unità locali ubicate altrove) e il numero di legami “passivi” (gli addetti a unità locali operanti sul suo territorio che sono controllati da imprese-madri di altri sistemi) si può fare riferimento a misure di centralità. L’out-degree più elevato si rileva a Roma, le cui imprese controllano unità locali in tutti gli altri sistemi locali, mentre per l’in-degree il valore massimo si tocca per Milano, dove sono ubicate unità controllate da imprese localizzate in altri 343 sistemi locali. Considerando insieme i due indicatori, come misura sintetica del grado d’interconnessione di ciascun sistema locale con il resto della rete, emergono ai primi dieci posti i sistemi locali delle città di dimensioni medio-grandi (nell’ordine – oltre ai citati Roma e Milano – Bologna, Torino, Napoli, Padova, Firenze, Bergamo, Verona e Genova).

La forma delle reti individuate è un altro elemento interessante. Le reti piccole e relativamente chiuse presentano svantaggi rispetto a reti più aperte, con legami a nodi esterni alla rete principale: questi, infatti, facilitano la circolazione di informazioni, di idee innovative, dei fattori mobili della produzione, delle conoscenze esplicite e tacite. Dal punto di vista dei singoli nodi è più vantaggioso essere connessi anche ai nodi di altre reti, piuttosto che avere un grande numero di connessioni tutte all’interno della rete di appartenenza. Per converso, alcuni nodi – quelli che connettono tra loro reti o parti di reti diverse – rivestono un ruolo strategico d’interconnessione tra reti che altrimenti resterebbero separate. Grazie all’esistenza di questi “legami deboli”, [8] la maggior parte dei nodi può essere raggiunta con un numero limitato di passaggi: reti con queste caratteristiche sono definite “piccoli mondi”. [9]

La rete disegnata nella geografia dei sistemi locali del lavoro dalle relazioni tra imprese-madri e loro unità presenta le caratteristiche di un “piccolo mondo”: la distanza media tra i sistemi locali è di poco superiore a due (in media, ogni sistema locale appartenente alla rete è connesso a un altro sistema locale da meno di due passaggi; quelli più “distanti” [10] tra loro sono Ales (Oristano) e Vilminore di Scalve (Bergamo) con quattro gradi di separazione, ma il livello di aggregazione della rete nazionale è oltre dieci volte superiore al valore atteso nell’ipotesi di un grafo casuale. Un livello di aggregazione relativamente elevato trova riscontro nella presenza di clique, cioè di porzioni della rete in cui ogni nodo è connesso con tutti gli altri. In particolare, nella rete dei sistemi locali raccordati dalla presenza di imprese plurilocalizzate si individuano 20 clique di quattro o più elementi. Inoltre, molti nodi sono presenti in più di una clique: spiccano tra tutti i sistemi locali di Milano (presente in 15 clique) e di Roma (in 14).

Alcune conclusioni: la struttura della rete creata tra i sistemi locali del lavoro dai legami funzionali tra le imprese plurilocalizzate e le loro unità locali – caratterizzata dalla presenza simultanea di “legami deboli” e da elevati livelli di aggregazione – appare favorevole alla trasmissione dell’innovazione, nonché alla circolazione delle conoscenze e alla mobilità dei fattori della produzione. L’interazione tra imprese e tra territori è un fattore di crescita: la presenza contemporanea di sistemi locali capaci di uscire dalla propria localizzazione originaria creando unità locali in contesti diversi e di sistemi locali aperti al contributo (anche di innovazione tecnologica e organizzativa) delle imprese esterne è un elemento di successo. Trova conferma anche la tesi che il ruolo propulsivo svolto dai centri decisionali si esercita soprattutto “per contagio”, non soltanto per contiguità territoriale, ma anche per affinità nel mix delle attività produttive. Per dispiegare i suoi effetti potenziali, la strategia di espansione delle imprese dei centri decisionali deve trovare un terreno ricettivo nell’apertura dei sistemi locali oggetto delle scelte di localizzazione (sistemi a presenza esogena).

La rete costruita a partire dalle imprese plurilocalizzate è contraddistinta dal ruolo che vi rivestono alcuni nodi, e in particolare da Milano e Roma. La presenza di questi hub [11] rappresenta al tempo stesso un punto di forza e uno di debolezza: la struttura è robusta rispetto a perturbazioni e shock esogeni a carattere casuale (la maggior parte dei nodi sono relativamente poco connessi e il problema resta limitato a una porzione ridotta della rete), ma estremamente vulnerabile nei suoi nodi centrali. Nonostante il carattere diffuso dello sviluppo locale italiano, la dipendenza da un limitato numero di centri decisionalirende il sistema economico italiano fragile rispetto a situazioni di difficoltà economica che colpiscono le città più importanti.

a cura di Giovanni A. Barbieri

[1] I sistemi locali del lavoro (Sll) sono aggregazioni di comuni contigui, costruite sulla base degli spostamenti giornalieri per motivi di lavoro, rilevati in occasione dei Censimenti della popolazione. Un Sll è una regione funzionale, che si definisce come un’area di “auto-contenimento” dei flussi di pendolarismo. La scelta della griglia territoriale di riferimento dei sistemi locali consente di analizzare la geografia economica e sociale secondo una suddivisione del territorio che scaturisce dall’auto-organizzazione delle dinamiche relazionali. Il quadro che ne emerge è più ricco di quello consentito dalle analisi condotte a una scala meno fine, nelle quali inevitabilmente le differenze territoriali vengono celate dalla situazione media regionale o provinciale.

L’articolo rielabora i risultati di una ricerca presentata in: Istat (2009). Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2008. Roma: Istat.

[2] Istat (2008). Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2007. Roma: Istat. pp. 163-173.

[3] Per una prima analisi: Istat (2007). Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2006. Roma: Istat. pp. 162-167.

[4] Istat (2008). Struttura e dimensione delle imprese – Archivio statistico delle imprese attive. Statistiche in breve. Roma: Istat. 24 luglio 2008.

[5] Istat (2009). Struttura e dimensione delle unità locali delle imprese. Tavole di dati. Roma: Istat. 12 marzo 2009. Per unità locale s’intende un’impresa o parte di un’impresa situata in una località topograficamente identificata, dove una o più persone svolgono (anche a tempo parziale) attività economiche per conto di una stessa impresa.

[6] L’impresa plurilocalizzata è un’impresa che svolge le proprie attività in più luoghi, ciascuno dei quali costituisce un’unità locale dell’impresa.

[7] La misura della densità, una delle statistiche descrittive utilizzate nella network analysis, viene calcolata rapportando l’effettivo numero di legami esistenti in una rete al massimo numero di legami possibile e consente sia di valutare quanto i nodi di una rete siano interconnessi, sia di operare una classificazione della loro centralità.

[8] Granovetter, Mark S. 1973. “The Strength of Weak Ties”, American Journal of Sociology, 78, Issue 6, May: 1360-1380.

[9] L’espressione fa riferimento a un noto esperimento condotto nel 1967 dal sociologo Stanley Milgram. Il concetto di “piccolo mondo” è stato formalizzato nel 1998 (Watts, Duncan J. e Steven H., Strogatz. 1998. “Collective Dynamics of Small-World Networks”. Nature 393: 440–442.): rispetto a un grafo in cui i nodi sono connessi casualmente, un “piccolo mondo” è caratterizzato da una contenuta distanza media tra i nodi (Aspl), ma anche da un livello di aggregazione (Cc) significativamente più alto di quanto atteso in un grafo casuale.

[10] Questa “distanza”, che misura il grado di separazione nella rete, non ha necessariamente un corrispettivo geografico.

[11] Si tratta, sotto il profilo matematico, di una rete “a invarianza di scala” (Barabási, Albert-László e Albert, Réka. 1999. “Emergence of Scaling in Random Networks”. Science 286: 509-512.).

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