La Sostenibilità per la prima volta nel Rapporto annuale ISTAT

L’Istat ha pubblicato per la prima volta nel suo “Rapporto annuale” un intero capitolo, il 4°, sulla sostenibilità ambientale. Tutto il lavoro è impostato finalmente incrociando l’economia con l’ecologia e su base scientifico/matematica.

Ecco l’intero capitolo dedicato all’importante argomento:

4.4 La sostenibilità ambientale:

risorse naturali e spesa per la protezione

Il Consiglio di Gotheborg del giugno 2001 ha approvato la strategia europea per lo sviluppo sostenibile, aggiungendo la dimensione ambientale a quelle già previste dalla strategia di Lisbona. Il Consiglio ha fornito indicazioni di priorità in tema di cambiamenti climatici, trasporti, minacce alla salute pubblica, gestione responsabile delle risorse naturali e ha avviato un processo istituzionale affinché gli Stati membri adottino strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile, a partire da processi di consultazione di tutti i soggetti interessati. L’industria, in particolare, è invitata a farsi carico dello sviluppo di tecnologie che rispettino l’ambiente nell’energia e nei trasporti e che possano produrre il “disaccoppiamento” (decoupling) tra crescita economica e sfruttamento delle risorse naturali.

La dimensione ambientale della sostenibilità va naturalmente analizzata considerando le strette interconnessioni con la dimensione economica, anche alla luce della crisi. Per assicurare adeguati livelli di benessere alle future generazioni, infatti, è fondamentale il mantenimento degli stock di capitale naturale, che dovrebbero essere garantiti da politiche ambientali, alle quali possono essere associati costi economici. Risulta particolarmente rilevante, quindi, l’analisi delle risorse naturali utilizzate per la produzione e il consumo di beni e servizi, in quanto i prelievi diretti di risorse naturali dall’ambiente nazionale e dall’estero sono responsabili di pressioni effettive e potenziali di vario tipo sull’ambiente (danni al paesaggio, emissioni nelle acque e in atmosfera, generazione di rifiuti). Benché il confronto tra la produzione dei rifiuti urbani con i principali indicatori socio-economici mostri come l’obiettivo del disaccoppiamento fra crescita economica e produzione dei rifiuti non sia stato ancora conseguito, in termini di sostenibilità complessiva alcuni traguardi sono stati raggiunti, sia per la riduzione complessiva del volume di rifiuti urbani prodotti in Italia, sia per gli obiettivi stabiliti dalla legge sulla quota di raccolta differenziata.

D’altra parte, i consumi energetici e le fonti utilizzate per soddisfare la domanda di energia determinano ripercussioni sull’ambiente, particolarmente evidenti quando si tratta di combustibili fossili, che nel processo di combustione rilasciano anidride carbonica; per questo, il maggior uso di risorse rinnovabili appare necessario.

Anche se in Italia continuano a diminuire le emissioni di gas serra (-2 per cento nel 2008 e -9 per cento nel 2009), il conseguimento dell’obiettivo del Protocollo di Kyoto di una riduzione del 6,5 per cento rispetto ai valori del 1990 – che il nostro Paese deve perseguire entro il 2012 – è lontano. Lo stesso vale per quelli enunciati dall’Unione europea, con la strategia integrata in materia di energia e cambiamenti climatici, che prevedono un abbattimento delle emissioni del 30 per cento al 2020 (se altri paesi sviluppati accetteranno di assumersi impegni analoghi) e dell’85 per cento al 2050. L’andamento delle emissioni di gas serra imputabili alle attività produttive mette in luce, comunque, importanti evoluzioni strutturali dell’economia e, nelle singole attività, dell’efficienza energetica e di quella dal punto di vista ambientale (misurata dalle emissioni per unità di input energetico).

Infine, alcuni cambiamenti nella mobilità individuale hanno determinato effetti positivi in termini di sostenibilità ambientale, grazie alla tendenza a preferire mezzi più nuovi e meno inquinanti e alla crescita degli utenti del trasporto pubblico locale. La diffusione di mezzi che garantiscono emissioni inquinanti dei gas di scarico più basse e consumi di carburante ridotti è stata favorita dagli incentivi all’acquisto di vetture nuove.

La portata dello sforzo economico messo in atto sia per soddisfare la domanda corrente di servizi ambientali, sia per affrontare quella futura, attraverso appropriati investimenti, emerge dall’analisi della spesa sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per la gestione dei rifiuti, delle acque reflue e delle risorse idriche. La gestione dei servizi idrici urbani (prelievo, trasporto e distribuzione di acqua potabile, raccolta e depurazione delle acque reflue), interessata da significativi cambiamenti normativi, si è evoluta anche nella direzione della tutela ambientale integrale del ciclo delle acque, in termini sia qualitativi sia quantitativi, a vantaggio delle generazioni presenti e future.

4.4.1 Il metabolismo socioeconomico e i flussi materiali

Il fabbisogno di risorse naturali generato dalla produzione e dal consumo degli italiani è soddisfatto solo parzialmente da prelievi diretti dalle risorse naturali italiane. Per il terzo anno consecutivo, nel 2008 questi prelievi di materiali utilizzati sono diminuiti, avvicinandosi ai valori minimi raggiunti negli anni 1985, 1994, 1997 e 2003.

Per quanto riguarda le biomasse, la riduzione conferma una tendenza di lungo periodo al progressivo abbandono delle attività dalle quali esse provengono, in particolare quelle agricole. Più legata al ciclo economico è, invece, la riduzione dell’estrazione interna di minerali non energetici, provenienti per la stragrande maggioranza da cave e scavi, utilizzati prevalentemente nelle costruzioni. Il prelievo di questi materiali comporta danni al paesaggio e pressioni potenziali di vario tipo sull’ecosistema; la loro ricollocazione, in particolare, va a interferire con la biodiversità e i cicli naturali delle acque, contribuendo tra l’altro a disastrose alluvioni.

Sul territorio nazionale vengono effettuati anche prelievi diretti di risorse naturali non valorizzate economicamente, ma strumentali all’accesso ai materiali utili o all’utilizzo dello spazio. I materiali prelevati (residui di piante, scarti di cava e miniera; terra e rocce da scavi per costruzioni) non sono incorporati in prodotti di alcun tipo e solo di recente i loro flussi sono stati valutati statisticamente, pur trattandosi di flussi “nascosti”. Anch’essi comportano pressioni sull’ambiente – effettive e potenziali – poiché divengono rifiuti, talvolta pericolosi, nel momento stesso in cui sono sottratti alla natura. Gli andamenti di lungo periodo possono essere ricondotti, per le biomasse, all’affermarsi di colture con maggiori scarti; per i residui minerali, alla progressiva scomparsa delle miniere; per le terre e rocce da scavo alla riduzione delle volumetrie dei nuovi edifici costruiti, al punto che gli ultimi anni mostrano un andamento coerente di questo indicatore con quello dei corrispettivi materiali utilizzati.

Data la scarsa dotazione nazionale di risorse naturali pregiate, quali minerali metalliferi e combustibili fossili, per l’Italia è necessario approvvigionarsi all’estero. Per tali input, l’effetto della crisi economica è stato particolarmente evidente: dopo una crescita ininterrotta dal 1996 (nel 2007 era stato raggiunto il massimo storico di oltre 383 milioni di tonnellate), nel 2008 si registra una secca battuta d’arresto e, per la prima volta dal 1993, un calo contemporaneo delle principali componenti. Particolarmente importante è il caso dei combustibili fossili e dei prodotti derivati, per l’ampiezza dei flussi e per le conseguenze ambientali del loro utilizzo: su questi flussi, che nel complesso superano i 200 milioni di tonnellate annue già dal 2003 e rappresentano oltre il 50 per cento di tutte le importazioni in termini di peso, si fonda, infatti, il “metabolismo della società italiana”.

Sulla loro evidente tendenza alla crescita, si innestano fluttuazioni cicliche, che tuttavia, prima della attuale crisi, solo in due occasioni hanno avuto segno negativo: il calo nel 2008 è stato dell’1,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 2,1 per cento rispetto al massimo storico raggiunto nel 2006. Una diminuzione ben più pronunciata si era registrata nel 1993 (-4,6 per cento), mentre nel 2001 la riduzione era stata dello 0,5 per cento.

La tendenza alla crescita nell’ultimo decennio delle importazioni in termini fisici è ancor più evidente per i minerali non energetici e i prodotti derivati, che però nel 2008 diminuiscono del 6,8 per cento. Non si tratta tuttavia di un episodio unico: nel 1993 e nel 1996 si erano già registrate flessioni più ampie (rispettivamente del 7,3 e del 9,7 per cento), mentre nel 2002 queste importazioni erano scese del 2,4 per cento. Per quanto riguarda le biomasse, all’effetto della crescita economica sulla domanda di importazioni si aggiunge una tendenza di lungo periodo a rimpiazzare la produzione interna con il ricorso al mercato internazionale. Per quanto riguarda il breve periodo, il calo del 2008 è stato uguale a quello dei minerali non energetici (-6,8 per cento); un calo maggiore si era osservato soltanto nel 1992 (-9,3 per cento). Si nota infine una tendenza di lungo periodo alla crescita anche per la piccola componente dei prodotti altamente elaborati, da associare al generale spostamento verso la fine della filiera produttiva di tutte le importazioni italiane. In questo contesto, la caduta del 13,8 per cento del 2008 è particolarmente vistosa.

Lo spostamento delle importazioni verso la fine della filiera produttiva ha come conseguenza l’aumento dei flussi materiali necessari per la produzione all’estero dei prodotti importati. Tali flussi, anch’essi “nascosti” al pari dei materiali inutilizzati, solo di recente sono diventati oggetto di attenzione da parte della statistica ufficiale. Utilizzati “a monte” per produrre i beni importati, essi costituiscono una sorta di “impronta ecologica” delle importazioni, sia in termini di utilizzo di risorse aggiuntivo rispetto alla materia in queste ultime incorporata, sia in termini di rifiuti ed emissioni generati “a monte”. L’analisi del fabbisogno complessivo di flussi materiali, sia visibili sia “nascosti”, del sistema socioeconomico italiano mette in luce come nell’ultimo decennio la componente ciclica prevalga sulla tendenza strutturale alla crescita dell’indicatore. Questo, per effetto soprattutto delle componenti interne, sembra aver anticipato la crisi attuale, essendo la flessione del 2008 più pronunciata di quanto non sia avvenuto in concomitanza dei precedenti periodi di rallentamento o caduta dell’attività economica.

Andrà verificato su più lunghi periodi di osservazione se all’effetto della crisi si sia sommato in Italia quello, auspicabile, di un tendenziale disaccoppiamento tra il livello dei flussi materiali riconducibili alle attività antropiche e quello di tali attività. L’indicatore relativo al consumo di materiale interno, 38 che comprende tutti i materiali dissipati nell’ambiente naturale del territorio nazionale o accumulati alla fine di ciascun anno in stock antropici, mette in risalto alcuni aspetti fondamentali della movimentazione dei flussi materiali legata al metabolismo del sistema socioeconomico italiano, cioè dei materiali emessi nelle acque o dell’atmosfera, oppure che si trovano alla fine dell’anno incorporati in rifiuti deposti nelle discariche o in infrastrutture ed edifici che modificano il territorio o in altri beni durevoli destinati a diventare rifiuti nell’arco di anni o decenni.

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