La Responsabilità Sociale di Impresa nella Costituzione secondo Giampietro Vecchiato

di Giampietro Vecchiato, pubblicato in www.ferpi.it

In tempi in cui si parla sempre più spesso di revisione della Costituzione, Giampietro Vecchiato individua nell’ art. 41 un’incredibile modernità pur a 60 anni dalla sua stesura. Il riferimento alla Responsabilità Sociale di Impresa che si legge tra le sue righe è evidente ed è un aspetto da cui le imprese che si muovono in un’autentica autonomia di mercato non possono prescindere.

Nel dibattito in corso in questi giorni sulle proposte di modifica dell’Art. 41 della Costituzione Italiana, vi è, sia pure indirettamente, un chiaro riferimento alla Responsabilità Sociale d’Impresa. L’Art. 41 recita infatti:

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata ai fini sociali.

Molti storici e studiosi vi leggono, soprattutto nel terzo comma, la paura dei Costituenti per la libera impresa e per l’imprenditore. Imprenditore e impresa erano percepiti come “pericolosi” protagonisti della vita collettiva, perché inclini a sfruttare e a curare quasi esclusivamente i loro interessi capitalistici.

Oggi il mondo è molto cambiato ed il “fare impresa” non è più considerato un attentato alla collettività. Anzi, anche a livello di lavoratori dipendenti, si parla sempre più della necessità di passare da una “cultura della dipendenza” ad una cultura del rischio personale e dell’auto-imprenditorialità.

La cultura della responsabilità sociale d’impresa si è inoltre diffusa e consolidata e viene monitorata da organismi indipendenti. Nessun imprenditore o manager pensa di poter agire contro gli interessi della comunità senza riportarne alcun danno. Nell’ultimo decennio si è quindi consolidata una dimensione della RSI a livello sovranazionale di gran lunga più coerente ed efficace di quanto non possono aver scritto e pensato – sia pure in un clima di compromesso tra istanze cattoliche, socialiste e comuniste e caratterizzato da una certa cultura anti-impresa – i padri costituenti.

A distanza di 60 anni, utilizzando una chiave di lettura storica priva di ogni filtro ideologico, emerge infatti tutta l’attualità ed il valore sociale dell’Art. 41.

Riscriviamo quindi, se serve, l’Art. 41, valorizzando e ampliando il ruolo dell’impresa e dell’imprenditore per lo sviluppo economico, il progresso tecnologico, l’innovazione, il miglioramento della qualità della vita individuale e collettiva. Ma non fermiamoci allo slogan – sicuramente affascinante e liberatorio – “tutto è libero tranne ciò che è vietato dalla legge penale ed europea”.

Sia un rigoroso liberismo di mercato (di cultura anglosassone), che un’efficace economia sociale di mercato (di cultura tedesca) richiedono infatti, senza se e senza ma, una seria regolazione a tutti i livelli del conflitto d’interesse e delle rendite parassitarie, unite ad un forte stimolo alla competizione e alla concorrenza, al riconoscimento del merito, alla creazione di autorità di vigilanza con poteri reali e non solo ex post ed una chiara conoscenza dei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica (nel 1948 non c’erano la televisione e, soprattutto, Internet).

Ogni modifica dell’Art. 41 è ovviamente benvenuta, ma deve sì partire dal concetto di libertà individuale e imprenditoriale, ma che va indissolubilmente legato al concetto di responsabilità individuale.

Riduciamo quindi l’indebita ingerenza dello Stato che ostacola la naturale creatività dell’uomo e ne impedisce la libera espressione e maturazione. Ma ricordiamo con Luigi Einaudi “che una persona diventa matura quando diventa responsabile, quando sa usare la libertà responsabilmente”.

Pertanto, partendo dalla convinzione che non è solo la sete di denaro e di successo la molla che crea l’imprenditore, ma anche la voglia di contribuire alla creazione di un mondo migliore, è necessario ribadire con forza e determinazione che il concetto di responsabilità individuale è il prerequisito indispensabile per la Responsabilità Sociale d’Impresa.

Una responsabilità che si allarga fino a comprendere:

  • a) la conoscenza, la misurazione e la valutazione degli impatti che le attività dell’impresa hanno sulla comunità e sull’ambiente;
  • b) che tutti gli stakeholder, nessuno escluso, vanno coinvolti nella ricerca di un giusto bilanciamento dei legittimi interessi in gioco;
  • c) che l’attività imprenditoriale deve essere guidata da un forte senso di comunità e di rispetto per la dignità delle persone.

Concludendo, anche l’impresa che sarà creata secondo il “nuovo Art. 41”, dovrà muoversi in un’autentica economia di mercato (senza furbizie né scorciatoie, senza privilegi né mascheramenti) e dovrà comunque essere una straordinaria scuola di rigore, di merito, di impegno, di creatività, di realizzazione personale e di responsabilità sociale.

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Una Risposta

  1. Come sia possibile che davanti alla scellerata iniziativa di voler modificare l’art. 41 della Cost. non vi sia stata una reazione di massa; uno sciopero generale ? Per prima cosa occorre, ancora una volta, riconoscere la straordinaria lungimiranza dei Costituenti, quindi evidenziare che l’impresa per produrre trasforma beni naturali che sono patrimonio dell’intera collettività a volte determinando un impoverimento generale allorquando per produrre beni, spesso inutili, si distruggono risorse non riproducibili, si danneggia irrimediabilmente l’ambiente (si stima che si raggiungerà presto la media di un malato di cancro su tre). E poi c’è il marpionne di turno che minaccia di andare a produrre nelgi USA. Ebbene su Marte, forse, glie lo si potrebbe consentire, ma finchè resta sulla Terra dovrà darci conto di tutto, figuriamoci per ciò che riguarda l’Italia.

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